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Collegiata dei Santi Quirico e Giulitta
toscana (siena) san quirico d'orcia

pubblicato il 11/10/2013 08:45:30 nella sezione "Chiese & monasteri"
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La collegiata dei Santi Quirico e Giulitta (nota anche più semplicemente come collegiata di San Quirico) è un edificio sacro che si trova a San Quirico d'Orcia.

Era un'antica pieve preceduta da un battistero dell'VIII secolo. L'edificio attuale fu costruito verso la fine del XII secolo o agli inizi del secolo successivo; la parte più antica sembra essere quella corrispondente alla facciata e in particolare al portale maggiore. La parte terminale è stata completamente alterata con l'abbattimento dell'abside originario nel 1653 per costruirvi il coro. La chiesa è a pianta a croce latina con unica navata e cappelle absidali. Dei tre portali, il più significativo è il portale maggiore, di stile lombardo, costituito da un protiro leggermente risaltato ad arco (architettura) a tutto sesto, decorato e sorretto da due coppie di colonnette per lato, in pietra arenaria, annodate al centro e poggianti su leoni stilofori. Sulla cima delle colonnette si imposta l'arco a tutto sesto. All'interno del protiro ci sono cinque colonne a sinistra e cinque a destra con capitelli ornati da animali e foglie d'acanto. Sull'architrave del portale si trovano due coccodrilli affrontati. Nel centro della lunetta è scolpita in altorilievo una figura in trono ritenuta l'effigie di San Damaso, ma in realtà da identificare con la rappresentazione di San Quirico. La decorazione del portale si sviluppa secondo un'iconografia simbolica cristiana che deriva dall'arte lombarda.
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Eremo Francescano Le Celle "Cortona"
toscana (arezzo) cortona

pubblicato il 01/09/2013 20:44:59 nella sezione "Chiese & monasteri"
Il convento de “Le Celle” costituisce uno dei primi insediamenti francescani scelto e voluto da Francesco di Assisi.

Trovatosi a predicare presso Cortona nel 1211, come suo solito, Francesco domandò ed ottenne un luogo nel quale potersi ritirare in preghiera. Un giovane nobile della città, Guido Vagnottelli (che poi diventerà il “Beato Guido”, uno dei primi compagni del Poverello di Assisi) gli offrì quello che agli inizi del XIII sec. doveva apparire un luogo aspro e soprattutto privo di qualsivoglia insediamento umano. Francesco tuttavia lo scelse per la solitudine che gli donava, ma soprattutto perché particolarmente espre ssivo del suo Signore. Presso il luogo dove ora sorgono “Le Celle”, infatti, egli trovò le vestigia del Redentore: l’acqua, segno di Cristo acqua viva; la pietra, segno di Cristo roccia su cui edificare la propria vita; una fenditura nella montagna, memoria delle piaghe del Signore Gesù, tante volte agognate da Francesco, per rivivere nel suo corpo l’amore che il Signore aveva nutrito e nutre per ogni uomo nella sua passione.

Tutto fa pensare che fin dalla sua prima permanenza, egli abbia lasciato nel luogo detto de “Le Celle” un piccolo drappello di frati a custodia di un sito a lui, da subito, così caro.
Nel 1215 Francesco, secondo una testimonianza attendibile dell’epoca, torna nuovamente a “Le Celle”, per trascorre la Pasqua,

dopo aver vissuto la quaresima sull’isola Maggiore del lago Trasimeno. Egli, perfetto imitatore di Cristo, aveva in quell’occasione portato con sé solamente un pane di cui tuttavia non si nutrì, se non l’ultimo giorno e di un solo boccone, per dire la sua consapevole miseria rispetto al suo Signore il quale, invece, nel deserto, per quaranta giorni e quaranta notti non prese né cibo né bevanda.

Tante altre volte Francesco deve aver sostato presso “Le Celle” collocate sulla strada che da Assisi sale verso la Toscana, eppure di nessun’altra abbiamo testimonianza se non di un’ultima e così importante. Siamo nel 1226. E’ l’anno della morte di Francesco. Le stigmate già segnano il suo corpo da due anni, da quando il 17 settembre del 1224, sul monte della Verna, un Serafino gli donò di gustare l’amore immenso di Dio. Secondo i suoi biografi egli, in primavera, si trovava a Siena, forse per cure mediche. Le sue condizioni apparivano disperate, tanto che i compagni del Santo gli chiedono di scrivere il testamento e lui con

poche e semplici parole lo dettò. Ma non era ancora giunta la sua ora. Le condizioni probabilmente migliorano.
I compagni decidono di riportarlo ad Assisi, dove tutto era cominciato e dove tutto doveva finire. E fu così che, per rendere più sopportabile il viaggio, Francesco fece nuovamente sosta a “Le Celle”, un’ultima volta, per un ultimo assaggio di quella comunione con Dio, che quel luogo gli aveva tante volte riservato.
Fu allora che, in seguito ad una permanenza forse prolungata, nel segreto della sua fenditura nella roccia, Francesco ripensa o forse addirittura inizia a scrivere il suo Testamento. Non quello di Siena, così stringato, bensì la suprema riaffermazione della sua esperienza di vita, alla ricerca di Dio. A "Le Celle", in un luogo da allora segnato dal misticismo e dalla contemplazione dell’Altissimo.
Francesco poi riparte, verso il suo dies natalis che si consumerà il 3 ottobre dello stesso anno, adagiato “nudo sulla nuda terra”, a conclusione di una vita spesa nel cercare l’unico grande tesoro: Gesù.

Ma per le Celle non è la fine. Frate Elia, Ministro generale dell’Ordine dei Minori all’epoca della morte di Francesco, originario di Cortona, ricorda il luogo nel quale il Poverello amava trascorrere nel silenzio le sue permanenze cortonesi e, da buon architetto qual è, nel 1235 comincia a costruire la prima porzione del santuario. Costruisce in muratura la Cella e l’Oratorio di S. Francesco. Al di sopra edifica un piccolo refettorio e cinque cellette delle dimensioni della cella del Santo, dove egli stesso trascorrerà l ’ultima parte della sua vita.
Il piccolo romitorio rimane così, abitato dai frati, per circa un secolo, fin quando la proprietà passa alla diocesi e per circa 200 anni fu praticamente disabitato, anche se non completamente abbandonato.
Fu solo nel 1537 che, ormai sazi di una così lunga assenza dei frati, il Vescovo chiamò, a far rivivere quella piccola porziuncola, i Cappuccini, l’ultima delle riforme francescane, approvata pochi anni prima, nel 1528.

I nuovi arrivati compresero subito l’importanza del luogo e vollero farne la casa di Noviziato della Provincia toscana. Mancavano tuttavia gli spazi, cosicchè si mise di nuovo mano agli strumenti del lavoro: al legno, alle pietre, al cemento; e si

cominciò a costruire l’attuale chiesa conventuale e il corridoio del noviziato, in alto, parallelamente alla montagna. Il corridoio conteneva 20 cellette, sempre di due metri per due, per l’accoglienza dei novizi, affinchè nella povertà delle strutture, essi venissero formati alla essenzialità della vita religiosa.
“Le Celle” rimarranno casa di noviziato per circa cinque secoli, luogo di preghiera e di testimonianza di vita evangelica e fraterna. Luogo di silenzio e di ricerca di Dio. Luogo di austerità e di crescita umana e spirituale, alla scuola del Poverello di Assisi.

Attualmente il convento de “Le Celle” è stato costituito “casa di preghiera”. Luogo nel quale continuare la secolare tradizione di ricerca di Dio, attraverso l’offerta della propria vita nella semplicità e nella gioia; luogo nel quale cercare di rivivere e di far rivivere un po’ di quella beatitudine che Francesco, 800 anni or sono, venendo dalla paludosa Valdichiana, certamente intravide, guardando una piccola ferita nella roccia, prospiciente un frusciante corso di limpida acqua.
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Abbazia di Spineto "Sarteano"
toscana (siena) sarteano

pubblicato il 29/08/2013 20:23:45 nella sezione "Chiese & monasteri"
L'abbazia risale al 1085 e rappresenta un esempio del monachesimo italiano e toscano. Il luogo è in posizione isolata ma strategica, che si estende tra Val di Chiana e Val d’Orcia.

La conformazione architettonica, indipendente e chiusa all'esterno, nonostante le trasformazioni subite attraverso i tempi, si erge tuttora imponente, isolata nel paesaggio incontaminato.

E' il periodo del monachesimo: monasteri e abbazie fioriscono dovunque nel Medioevo centrale, a fianco dei feudi nobili, si creano soprattutto in Toscana i feudi religiosi dipendenti dagli abati, fiorisce l'agricoltura e l'artigianato, si realizza così, nel periodo aureo del monachesimo, un modello di governo spirituale e civile: l'ordine Vallombrosano osservante la regola benedettina. La vita nel territorio di Spineto si svolge pacifica, dedita alle opere religiose, alle attività agricole; fuori i feudatari sono in continue lotte, più o meno cruente ed è fatale che in qualche modo anche l'abbazia ne risenta, dato anche il suo collegamento inevitabile con le vicende di Sarteano.

L'abbazia viene prima posta sotto la protezione di Orvieto (1120), poi passa sotto la tutela della Repubblica di Siena e la seguirà fino alla sua caduta e al suo inserimento nel Ducato Mediceo di Firenze.

Nonostante le precarie condizioni politiche, il periodo di massimo splendore economico dell'abbazia si realizza proprio nei secoli dal XII al XIV; nasce così la necessità della salvaguardia dei suoi beni, che viene affidata ad una guarnigione armata e all’edificazione di opere fortificatorie nel complesso architettonico monastico, in special modo nella chiesa che ne conserva traccia nelle postazioni per le balestre.

Anche durante i periodi di opulenza l’abbazia si mantiene aderente alla stretta regola benedettina: l’alta statura morale dei monaci li conduce infatti a essere eletti in qualità di investigatori e giudici nelle controversie civili.

Nel 1627 il Papa Urbano VIII toglie dall’ordine Vallombrosano l’Abbazia di Spineto per affidarla a quello Cistercense; in questa occasione il Papa dona alla chiesa di Spineto il prezioso piviale che tuttora vi è conservato.

L’Abbazia resterà sotto l’ordine cistercense fino alla sua soppressione nel 1783, da tale data l’Abbazia sopravvive come villa-fattoria gestita da conversi e la sua proprietà viene incamerata nel patrimonio dello Spedale degli Innocenti di Firenze.

Nel 1830 l’Abbazia comincia a entrare nella proprietà di privati, che si susseguono numerosi.

"Bibliografia:
“L’Abbazia di Spineto, storia, architettura, territorio, restauro – la vita mille anni dopo “ di Patrizia Balenci e Federico Franci Abbazia di Spineto Ed.


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Monastero di Abbadia San Salvatore
toscana (siena) abbadia san salvatore

pubblicato il 20/08/2013 09:00:39 nella sezione "Chiese & monasteri"
Dal centro del grande paese amiatino, a metà di Via Cavour, sulla destra fermiamo lo sguardo al primo arco, una volta ingresso al monastero.

L’ingresso, incorniciato da bugnato in forte rilievo, venne costruito nel 1581 dall’abate Pietro Rocca, come ricorda l’iscrizione D. PETRO ROCCA AB. POT. SUAE F. MDLXXXI. Sopra la chiave di Volta, dove e scolpito lo stemma di San Salvatore, il trimonte con due pastorali incrociati e la mitria. Proseguendo, si giunge al secondo arco, sormontato da una meridiana. Nel sottopasso, che era decorato da affreschi (Madonna con Bambino, San Michele Arcangelo) oggi conservati nel monastero, due portali ricordano con le loro iscrizioni negli architravi (AUDIENTIA CAUSARUM VIDUARUM ET PUPILLORUM e AUD. CAU. SPIR. JURISD. ET SECUND. CAUS. CIVILIUM) i poteri feudali dell’Abate che, fino alle riforme leopoldine, giudicava nelle cause delle vedove e degli orfani e nelle seconde istanze delle cause civili.

Poi il Piazzale Michelangelo, che recentemente è stato ripristinato con molto verde, la fontana nel mezzo e il monumento a Pio II.

Sulla destra appare subito la facciata della Chiesa, alta, stretta e fiancheggiata da due campanili. Un complesso architettonico molto bello e imponente. La torre campanaria è alta 24 m. con merli terminali, l’altra, sulla destra è rimasta, non si sa per quale motivo, incompiuta. Le torri sono decorate da monofore e da archetti pensili, tipici motivi romanici. Nella parte centrale della facciata, arretrata rispetto alle torri, si apre, sopra la porta di ingresso ad arco a tutto sesto, una trifora fatta probabilmente con materiale originario durante i primi ripristini eseguiti negli anni ’20 del secolo scorso. Lo schema architettonico della facciata è l’unico esempio in Toscana, e uno dei pochi in Italia, di West Werk, cioè di prospetto con due torri, motivo derivante dall’architettura carolingia e ottoniana.

Dove un tempo doveva essere il balconcino semisporgente che serviva all’Abate in determinate cerimonie pubbliche, oggi s’intravede al centro lo stacco di un accesso. Segni sottostanti di aggancio murario richiamano altresì l’esistenza di un pronao posteriore, le cui colonne si conservano ancora.

In Chiesa ai lati dell’entrata sono collocate due acquasantiere del ’500, il cui bacile in trachite è montato su colonnine di travertino che poggiano su una base triangolare.

Quella di sinistra è ornata a rilievo dai simboli della Passione: una croce greca, un’ampolla, un calice, martello, tenaglie, scala e dadi. La colonnina è ornata da foglie acuminate, divise da un grosso cordone. L’ acquasantiera di destra, recentemente restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze reca sul bacile rilievi di immagini simboliche, mentre la colonna con foglie di quercia è strozzata al centro da un cordolo.

E’ questo il punto in cui la Chiesa appare in tutta la sua imponenza e armoniosità.

Di stile romanico, fu consacrata sotto l’Abate Winizzo nel 1035. La Chiesa ha la pianta a croce latina, con unica navata coperta con capriate, e presbiterio con volte a botte e a crociera, sopraelevato sulla sottostante cripta.

La soluzione ricordata della facciata, lo schema a croce latina che si può ritenere il primo del genere comparso nel senese, forse in Toscana, l’eccezionalità della cripta fanno della Chiesa di San Salvatore uno degli esempi più interessanti dell’architettura protoromanica Toscana. Sulla parete destra, in alto, spiccano le sei finestre di varia foggia, semplici ed incisive del tipico romanico. Nella parete sinistra, invece, si scorgono altrettante finestre, ma cieche, quindi prive della originale funzione, ma che accentuano la geometricità e la purezza dello stile romanico, emergenti anche dalle pareti in pietra a filarotto. La nudità di queste da un senso di sobria austerità a tutto l’ambiente, quasi sollecitando raccoglimento e contemplazione per l’avvicinamento dell’uomo a Dio.

A meta ’600 la Chiesa venne trasformata, seguendo i canoni della "Controriforma", con la demolizione delle prime due campate della cripta e l’ampliamento del corpo longitudinale, riservato ai fedeli, che venne anche sopraelevato. In questa occasione vennero rinnovare le decorazioni e gli altari, secondo il gusto barocco, e affrescato dai fratelli Francesco e Antonio Annibale Nasini il presbiterio.

Gli elementi architettonici barocchi vennero rimossi durante i restauri dell’Arch. Bellini della Soprintendenza di Siena nel 1925. I monaci Cistercensi, ritornati nel 1939 all’Abbazia, dopo aver revisionato nel 1963 i tetti ormai fatiscenti, interessarono di nuovo la Soprintendenza ai Monumenti e Belle Arti di Siena perché si intervenisse al più presto con i necessari e urgenti restauri. Furono ripresi i lavori con la ditta “Petri Armando” di Siena sotto la guida del Soprintendente Arch. A. Jacchia. Fu così incentivato lo svuotamento della navata centrale che i Monaci avevano già iniziato in proprio; furono rimossi i loculi ancora pieni di ossa ed altre murature ingombranti. Una spessa massicciata, necessaria per limitare l’umidità, venne costruita a circa due metri e mezzo al di sotto della precedente pavimentazione, perché erano venute alla luce soglie, porte e pezzi di pavimento originale. Il nuovo pavimento in cotto fu appositamente ordinato perché si eguagliasse il più possibile al preesistente; le pareti furono discialbate e consolidate nei cedimenti. La ricostruita scalinata nel mezzo della Chiesa per accedere al presbiterio fu poggiata su residui muri preesistenti. Si indagò nelle volte per scoprire eventuali altri dipinti, ma invano. A seguito dei restauri, la nuova unità ha acquistato fascino, bellezza e armonia.

Entrando sulla destra pende una tela del 1600 di Lorenzo Lippi: raffigurerebbe la donazione dell’Abbazia fatta da Tessia, moglie di Re Rachis, al primo Abate Erfone; questi é raffigurato nelle sembianze di S. Bernardo, accompagnato da altri monaci cistercensi. L’anacronismo é evidente; S. Bernardo è vissuto nel XII secolo e non nell’VIII. In realtà la tela rappresenta l’atto in cui la Regina di Spagna affida a San Bernardo la costruzione di tre abbazie nel suo regno.
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Chiesa di San Biagio "Montepulciano"
toscana (siena) montepulciano

pubblicato il 19/08/2013 08:40:08 nella sezione "Chiese & monasteri"
La chiesa di San Biagio a Montepulciano (dal 1518)
Il committente dell'opera era il cardinale Antonio del Monte, che avrà un ruolo importantissimo alla corte di Giulio II, che Antonio conosceva perché a Montepulciano aveva realizzato il suo palazzo. La chiesa venne consacrata nel 1529 anche se rimase incompiuta da parte di Antonio e venne proseguita da un altro architetto fiorentino chiamato Baccio d’Agnolo (anche se rimase comunque incompiuta), la chiesa è importante perché rappresenta il primo esempio di architettura religiosa che si rifà direttamente alla chiesa di Santa Maria delle carceri ma che dal punto di vista non strutturale ma formale introduce degli elementi nuovi (da verranno ripresi dagli architetti a Roma nel 500), ma anche importante perché con il suo prospetto ispirerà tutti coloro che nel 1516 parteciparono al concorso per la facciata della chiesa si San Lorenzo a Firenze (quindi vuol dire che questa facciata ha qualcosa di nuovo). La prima cosa che si nota è la presenza accanto al corpo della navata principale di due campanili (niente di nuovo perché sia il romaniche che il gotico ci hanno abituato a questo tipo di soluzione), rappresenta quindi uno dei primi esempi di architettura rinascimentale che riprende questo tema e lo riprende in maniera classica perché le considera parte integrante dell'architettura ma soprattutto introduce in esse l'ordine l’ordine antico (questo tema non influenzerà solo gli architetti che lavoreranno a San Lorenzo, ma arriverà anche a Roma al cantiere di San Pietro, dove Bernini voleva utilizzare la stessa soluzione per la facciata).

Dal punto di vista della pianta, se eliminiamo l’abside, tutto richiama, anche quasi nelle proporzioni, la chiesa di Santa Maria della Carceri, solo che qui dal punto di vista formale Antonio si inventa qualcosa di nuovo, ovvero il sistema strutturale è esattamente lo stesso (una cupola su pennacchi isterici poggia su una struttura continua), visivamente però questa struttura non è continua perché Antonio libera gli angoli su cui poggia la parte della cupola dal muro, creando quello che sembrerebbe un pilastro (che strutturalmente però funziona come una muratura continua), tutto questo per ottenere all'interno dello spazio dell'edificio delle sensazioni di tipo più chiaroscurale e per utilizzare maggiormente la luce che penetra dalla cupola o dalle finestre.

Analogamente a Santa Maria delle Carceri gli ambienti che si vengono a creare intorno al bando di crociera sono voltati a volte, però Antonio fa un passo ancora oltre nel senso che individua uno spazio interamente indifferenziato però dall'esterno io capisco qual è l'entrata principale perché nascosta dietro la zona del coro Antonio posizione all'abside, che ha un ruolo di sacrestia (per cui esternamente o un orientamento preciso, sottolineato dalla presenza dell'abside per marcare ancora meglio il ruolo dei due campanili di entrata, che mi danno l'idea dello spazio che devo percorrere). Importante dal punto di vista della trattazione delle superfici è il tema della lesena che segna il tamburo, trovandolo sia all'esterno che all'interno dell'edificio, un tema che verrà poi ripreso in maniera molto più raffinata ed evoluta da colui che si occuperà della cupola di San Pietro.

da architetturaquattrocentocinquecento.blogspot.it/2012/02/la-chiesa-di-san-biagio-montepulciano.html
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Sant’Antimo "Montalcino"
toscana (siena) montalcino

pubblicato il 16/08/2013 09:34:59 nella sezione "Chiese & monasteri"
A Sant’Antimo risiede una comunità di Canonici Regolari Premostratensi, detti anche Canonici bianchi, come ricorda il loro abito completamente bianco, o Norbertini dal nome del loro fondatore san Norberto. Il 25 dicembre 1121, Norberto e i suoi seguaci si insediarono a Prémontré nel nord della Francia. Dal nome latino di questo luogo, Premonstratum, deriva il nome dei Premostratensi, i quali conducono una vita in comune secondo il modello proposto dagli Apostoli e la regola di sant’Agostino.
I Canonici Regolari Premostratensi sono dunque dei religiosi che alla vita contemplativa affiancano l’esercizio del sacro ministero pastorale sia all’interno che all’esterno della comunità (gruppi giovanili, parrocchie, preparazione al matrimonio ecc…).

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La Pieve di Corsignano "Pienza"
toscana (siena) pienza

pubblicato il 15/08/2013 22:56:02 nella sezione "Chiese & monasteri"
Questa chiesa si trova a poche centinaia di metri da Pienza, ma isolata in un angolo di verde campagna dal grande fascino paesaggistico. La presenza di un luogo di culto in questa posizione è attestata già nel 714, da alcuni documenti riguardo a una contesa tra i vescovi di Siena e Arezzo per il possesso di un Battistero di San Vito in Turiliano identificato come l'attuale pieve. Successivamente, in documenti del del 1029 e 1044 viene indicata con il nuovo nome di San Vito in Corsiniano. Attualmente la chiesa è intitolata ai SS. Vito e Modesto anche se e nota come Pieve di Corsignano. L'appellativo deriva dall'antico nome di Pienza che fu modificato nell'attuale da papa Pio II.
La pieve deve proprio a questo Papa uno dei suoi maggiori motivi di interesse. Nel suo fonte battesimale infatti, nel 1405 fu battezzato Enea Silvio Piccolomini, il Futuro papa Pio II e, in seguito, anche suo nipote salito a sua volta al solio pontifico come Pio III fu battezzato qui. Al suo interno, nei pressi del fonte battesimale un'epigrafe in latino ricorda gli eccellenti battesimi:
Hic duo Pontifices sacri baptismatis undas,
Patruus accepit, et Pius inde Nepos.
Oggi l'edificio sacro si presenta con la struttura scaturita dalle modifiche del tredicesimo secolo. La costruzione è in blocchi di arenaria tipici delle cave della zona. La facciata è a capanna, con un ornamento costituito da piccoli archetti in stile lombardo. Il portale principale è ricco di decorazioni e simbolismi. E' contornato da due colonnette con motivi a spirale. I montanti, l'architrave e l'archivolta sono adornati da figure mitologiche, motivi floreali e figure animali che alcuni studiosi fanno risalire a tradizioni precristiane. Nella parte superiore della facciata è presente una bifora suddivisa da una cariatide rappresentante una ingenua figura femminile dai seni prosperosi. Nel contesto cristiano questa figura rappresenta sicuramente la Vergine, ma ci ricorda una Menade che nell'iconografia pagana era un simbolo della fertilità.
Nel fianco destro si apre un secondo portale decorato con bassorilievi che raffigurano scene del Presepio. A sinistra si erge il caratteristico campanile mozzato dall'insolita forma cilindirica che sembra essere stato costruito precedentemente alla struttura della chiesa e che forse ospitava l'originale tempio battesimale.
L'interno si presenta a tre navate sorrette da grossi pilastri con arcate asimmetriche. La copertura è a travature scoperte. La pieve non ospita particolari opere d'arte perchè la sua posizione periferica rispetto al centro di Pienza la fece cadere in disuso giungendo fino all'abbandono. Il restauro del 1925 ci restituisce le strutture originarie nella solennità dello stile romanico. Percorrendo le navate si potranno osservare due altari, e il fonte battesimale sorretto da un capitello romanico nel quale si ipotizza che siano stati battezzati i due pontefici. Dal fondo della navata destra si accede a una piccola cripta a volta costruita con bozze di arenaria.
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